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Charcot Blog... musica, arte e dintorni...

Smiths, Meat Is Murder, venticinque anni dopo

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The Smiths - Meat Is Murder

Siamo nel 1985, in un UK dove impera l'era tatcheriana e l'onda musicale e culturale punk è ormai sulla via del tramonto, quando una delle band più controverse e interessanti del momento pubblica un album destinato a raggiungere il primo posto nella classifica inglese.
Con una title-track che è un inno al vegetarianesimo.
Chi sono gli Smiths nel 1985? rappresentano una nuova generazione in cerca di nuova identità, problematica quanto problematici sono quegli anni? perchè cantano la carne è un assassinio?
Forse sono un sacco di cose, in realtà...
Gli Smiths sono il rock intimista, l'umorismo nero, il romanticismo e l'estetica decadente...
Gli Smiths sono ambigui, sono politici e antipolitici, sono il pop post-punk, sono la letteratura nei testi e il cinema nelle copertine e nei video, sono anni ottanta ma anche un pò anni sessanta...
Sono gli straordinari testi di Morrissey - fra i più grandi poeti che la musica inglese abbia conosciuto - e le armonie di Johnny Marr...
E nel 1985 gli Smiths sono soprattutto Meat Is Murder.
Album strano, questo, da molti ritenuto opera minore di un progetto artistico che toccherà il suo apice creativo con il successivo The Queen Is Dead.
Ma non è così. Meat Is Murder non è per niente un'opera minore.
Meat Is Murder è variegato, nei suoni e nella composizione, complesso dietro un'apparente semplicità... apre deciso e immediato con The Headmaster Ritual, per poi mescolare ritmiche rock'n roll (Rusholme Ruffians o Nowhere Fast) a pezzi più tipicamente pop (I Want The One I Can't Have) e rock (What She Said)... impossibile poi non citare How Soon Is Now?, pezzo cult degli anni ottanta (uscito come singolo e in realtà assente nell'LP originario, incluso solo nelle ristampe successive dell'album), così come la bellissima ballata Well I Wonder...
Nei testi, la malinconia romantica tipica della poetica di Morrissey, ma anche società, politica, critica...
L'album si chiude con la spettrale title-track, dove alla melodia si mescola l'agghiacciante suono delle seghe elettriche, della carne al macello...
<<Who hears when animals cry?>>

 

L'era della musica liquida: progresso tecnologico o crisi della cultura musicale?

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Apple iPod

L'ascolto della musica è cambiato moltissimo negli ultimi dieci anni.
La fruizione della musica è cambiata, sarebbe più corretto dire.
Sono successe un sacco di cose: dalla diffusione di internet (e della banda larga in particolare) a quella del formato mp3 e dei relativi lettori portatili, dalla crisi del cd alla progressiva scomparsa dei negozi di dischi...
Parola chiave di tutto questo, digitalizzazione.
Chiaramente, il cambiamento non è stato solo tecnologico: anzi, direi che è stato soprattutto culturale.
Fino a metà anni novanta, la parola musica era più o meno sinonimo di album, disco, compact o musicassetta, comunque opera compiuta, finita; con l'avvento del digitale liquido, si è lentamente dissolta, nel grande pubblico, l'idea stessa di opera musicale compiuta.
La musica è diventata una sequenza di file personalizzata, in continua trasformazione e estremamente variegata, cartelle virtuali piene di centinaia o migliaia di canzoni.
E' chiaro che una volta scomparsa la dimensione fisica del disco (copertina e booklet compresi) e con essa la sua unicità (perchè una cosa fisica, anche se industriale, una sua unicità la conserva, o in qualche modo la evoca...), scomparsa la sua sequenza definita di canzoni (scelta creativa fondamentale), dell'album musicale quale oggetto d'arte non rimane molto.
E' vero che i player software degli ultimi anni, da iTunes in poi, hanno ricercato un qualche collegamento fra il disco fisico e la sua versione digitale - immagine della copertina, testi ed organizzazione degli album liquidi stessi - ma concettualmente e praticamente rimangono cose molto diverse.
Poi è cambiato anche qualcos'altro.
La musica è diventata fondamentalmente gratuita.
Senza entrare nel complesso discorso della crisi dell'industria fonografica, delle major o delle etichette indipendenti, e tralasciando volutamente il dibattito sul p2p, è innegabile che tutto questo abbia avuto tantissimi aspetti positivi e negativi.
Positive sono le incredibili opportunità di diffusione che ha oggi l'autoproduzione, la possibilità che ha il singolo artista di disporre delle proprie opere, di qualsiasi genere esse siano.
Negativo è stato, a mio avviso, il diffondersi dell'idea che la musica sia qualcosa che si possa avere gratuitamente in quantità pressochè infinita, perchè questa visione più o meno consciamente ne ha svalutato il valore che gli attribuiamo (come più o meno succede per tutte le cose gratuite e infinite).
Cosa significa oggi una canzone per l'ascoltatore medio?
Cosa significa oggi una canzone per l'ascoltatore medio che ne accumula migliaia nel suo disco fisso, spesso senza avere il tempo per ascoltarne bene almeno una piccola parte, spesso senza conoscerne nemmeno l'autore?
Quale valore attribuisce a questa sequenza di bit?
Ho l'impressione che in un momento dove la musica è praticamente ovunque, si ascolti sempre meno. Si sente tantissima musica, ma si ascoltano pochissime canzoni e ancora meno dischi. L'eccessiva quantità finisce con uniformare, l'infinita disponibilità contribuisce a rendere tutto un continuo, scontato sottofondo...
A volte, forse, manca semplicemente il tempo.
Migliaia e migliaia di canzoni nell'iPod non possono essere davvero ascoltate.
Metafora di tutto ciò, il progressivo scadimento della qualità di ascolto: gli stereo compatti che oggi troviamo negli scaffali dei centri commerciali sarebbero stati impresentabili una quindicina d'anni fa, le piccole casse amplificate del computer suonano come suonano, l'hi-fi è ormai un qualcosa di nicchia...
Ecco, io credo che in questi anni la musica intesa come arte abbia perso moltissimo valore.
Ovvio che gran parte di questi discorsi non valgono per gli appassionati.
Ma nella nostra società, un disco ha ancora il valore di un libro, di un quadro, di un'opera creativa?

 

Il ritorno dell'analogico

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LP giradischi

Negli ultimi tempi, mi ha colpito un fenomeno decisamente inatteso: la ricomparsa del vinile.
Non parlo, naturalmente, del classico mercato dell'usato, parlo di LP nuovi.
In questi anni di musica liquida, digitale, di declino delle vendite dei CD e di progressiva scomparsa degli stessi negozi di dischi, fa piacere assistere ad un ritorno tanto inaspettato...
Guardando i numeri a tre cifre, verrebbe quasi da parlare di boom: +220% in Italia nel 2008 rispetto al 2007, una crescita più limitata nel 2009 che comunque conferma il trend positivo, diffuso peraltro anche in altri paesi.
Ma davvero i gli LP stanno tornando di moda?
Davvero rivedremo i giradischi nelle nostre case?
Sì e... no.
Sì, per gli appassionati vecchi e nuovi, per alcuni audiofili, per un mercato di nicchia insomma.
No, per tutti gli altri.
Per capire che si tratta di un settore di nicchia, basta guardare i numeri assoluti: per i dischi in vinile più venduti a livello italiano, si parla di qualche centinaio di copie l'anno.
Numeri di una nicchia, appunto.
Ma cos'ha di così speciale, questo LP?
Sicuramente è bello come oggetto, più bello di un compact disc, più affascinante... è grande, ha una dimensione molto fisica, colorata, visiva, lontanissima dall'immaterialità digitale... forse rappresenta meglio del compact e certo meglio di una sequenza di files l'opera creativa, l'opera d'arte...
E poi ci sono aspetti più strettamente audio.
Sul vinile, il suono viene registrato incidendovi dei microsolchi: durante la riproduzione, ruotando, il disco viene letto da una puntina, che tramite un trasduttore converte le irregolarità superficiali in segnali elettrici, i quali diventeranno poi, magicamente, musica.
Inoltre, per compensare una carenza di basse frequenze dovuta alle specifiche tecniche di registrazione, in fase di preamplificazione è applicata la famosa equalizzazione RIAA (che, in pratica, aumenta i toni bassi e attenua gli alti), la quale contribuisce alla particolare resa sonora dell'LP.
Il suono del disco in vinile è più caldo, più morbido, forse più emozionante, rispetto al freddo e pulitissimo digitale... ma la qualità della riproduzione analogica è davvero superiore?
Fra gli appassionati, i pareri sono discordi: quel che è certo, è che  per raggiungere con l'analogico  la fedeltà e la definizione sonora di un buon impianto hi-fi basato su compact disc, si deve spendere molto di più. A certi livelli, poi, diventa forse una questione di gusti personali...
Su impianti più economici, invece, c'è poco da fare: in cambio di un suono più caldo, con l'LP bisogna accettare un pò di rumore e un dettaglio sonoro inferiore, rispetto alla controparte digitale.
Ma in fondo si tratta di un fruscio musicale...

 

Paranormal Activity: un film senza colonna sonora

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Paranormal Activity

Alcune sere fa, sono stato a vedere uno degli horror più discussi del momento.
Da amante del genere, devo dire che non mi è sembrato male questo film di Oren Peli, girato nel 2007 come piccola produzione indipendente e giunto al successo solo di recente.
Una cosa che mi ha incuriosito, è l'assenza della colonna sonora.
Se pensiamo all'importanza della musica, specie in questo genere di film, nel creare l'atmosfera e nel contribuire a coinvolgere lo spettatore, si tratta di una scelta abbastanza strana.
Ancora più strano, forse, è il fatto che in effetti, della musica, non si senta molto la mancanza; ad esser sincero, mi sono accorto dell'assenza solo a film finito.
E in realtà, in Paranormal Activity sono i dialoghi, i rumori e qualche effetto, a funzionare benissimo come "colonna sonora": anzi, molto spesso è il silenzio, che contribuisce alla costruzione di un'atmosfera davvero inquietante...
Dunque il cinema può fare a meno della musica?
Naturalmente no, in generale. Ma in alcuni casi, probabilmente sì.
L'assenza della musica, del resto, si sposa molto bene con lo stile falso documentarista adottato dal regista: la sensazione è quella di assistere a riprese vere, talvolta amatoriali, e questo realismo si esprime anche in un audio altrettanto minimale.
Non so se questa sia stata una scelta soltanto voluta, o dettata anche da motivazioni economiche: comunque sia ha funzionato bene, risultando anche di una certa originalità.
E in un periodo in cui alcune colonne sonore sembrano più legate a scelte di marketing, piuttosto che a esigenze artistiche, un pò di silenzio ci può anche stare.

 


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